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La calda notte del 17 giugno 1970: Italia – Germania 4 – 3

 Alle tante persone che quella notte magica affollarono le piazze e le strade di Tolve 

Ogni epoca ha una sua data simbolo, un evento emblematico ed identificativo, che tutta la racchiude e la suggella. 

Gli anni che sto ricordando in questo capitolo vissero un tale momento, in termini sia sportivi che di costume, nella ormai storica semifinale dei mondiali messicani del 1970 tra Italia e Germania Ovest, disputatasi allo stadio “Azteca” di Città del Messico mercoledì 17 giugno 1970 davanti ad oltre 100.000 spettatori. 

E’ l’epica partita del 4 a 3 in favore degli azzurri, la “partita del secolo” come è stata definita, risolta nei tempi supplementare in un’alternanza di emozioni e di goals non raccomandabile ai deboli di cuore, dalla quale sono stati tratti libri e persino films, ed il suo ricordo è impresso su una targa indelebile apposta nello stadio che le fece da cornice. 

La partita si giocò con inizio alle ore 16,00 ma, per via del fuso orario, la diretta in Italia sarebbe cominciata giusto a mezzanotte. 

La nostra nazionale, dopo un avvio non proprio esaltante ed una sofferta qualificazione ai quarti, frutto della vittoria di misura sulla Svezia nella partita di esordio grazie al goal di Domenghini e dei pareggi a reti bianche con l’Uruguay (del grande portiere Mazurkiewicz, uno del migliore al mondo in quegli anni) ed Israele (quest’ultimo incontro costò il posto in RAIal grande Nicolò Carosio per aver dato del “negraccio” ad un guardalinee di colore reo di aver fatto annullare per fuorigioco un goal all’Italia apparso ai più regolare), era pervenuta alla semifinale strapazzando i padroni di casa del Messico con un perentorio 4 a 1.55 

La squadra del C.T. Ferruccio Valcareggi si sarebbe schierata nella seguente formazione: in porta Ricky Albertosi (l’angelo azzurro, per i suoi voli acrobatici da un palo all’altro, che mise in mostra anche in quella storica semifinale); terzini, Burgnich e Facchetti; mediano Bertini, stopper Rosato (detto faccia d’angelo per il suo viso da attore di fotoromanzi), libero Cera; Domenghini all’ala tornante, Mazzola (sostituito da Rivera nel secondo tempo) e De Sisti le mezze ali, Boninsegna centravanti e Gigi Riva ala sinistra. Fra i tedeschi primeggiavano campioni del calibro di Sepp Maier, il portiere, un’autentica saracinesca, di Gerard Müller (detto “la volpe” per la sua scaltrezza e rapidità nel tramutare in goal ogni occasione che gli capitava in area tra i piedi), del libero Franz Beckenbauer (modello insuperato di calciatore elegante in campo e fuori), di Karl H. Schnellinger (tecnico e roccioso difensore, in forza quell’anno al Milan). 

A Tolve, come in ogni altro posto d’Italia, l’attesa della partita si faceva con il passare delle ore sempre più spasmodica e frenetica. L’ansia era davvero tanta e molti cercavano di sfogarla animando infinite discussioni di calcio e di altro negli improvvisati capannelli che si formavano spontaneamente in piazza e lungo le vie principali, altri in interminabili partite a tressette davanti ai bar del paese, con l’inevitabile appendice di un acceso “padrone e sotto”. 

Le prime ombre della sera di quel 17 giugno servirono a rinfrescare lievemente l’aria senza, tuttavia, riuscire a smorzare la tensione, che andava anzi sempre più crescendo man mano che si approssimava l’orario della partita. 

Una breve tregua si registrò solo all’ora di cena, ma subito dopo sia la piazza che le strade circostanti tornarono 56 

a rianimarsi nuovamente e con più gente di prima. Il virus pallonaro aveva ormai contagiato tutti, anche coloro che fino a quel momento non avevano mai saputo neppure che forma avesse una sfera di cuoio. 

Su quell’agitazione pesava probabilmente anche il ricordo della figuraccia rimediata dalla nostra nazionale solo quattro anni prima, ai Mondiali d’Inghilterra del 1966, ad opera della sconosciuta Corea del Nord, unito alla consapevolezza che mai, dopo le vittoriose competizioni del 1934 e 1938 culminate nella conquista del titolo mondiale, gli azzurri erano riuscita a spingersi tanto avanti in un Campionato del Mondo, praticamente ad un passo dalla finalissima, ma vi incideva anche una sorta di inconscia sensazione che ci accingevamo ad assistere a qualcosa di straordinario, a vivere una specie di evento epocale. 

Si affinò da quel dopo cena in poi la fase organizzativa, del dove, come e con chi vedere la partita, quando ormai non mancava che poco più di un’ora al suo inizio. 

Si formarono così i gruppi di amici con cui condividere le emozioni di quella notte, si individuarono le case dove recarsi, si sistemarono le sedie, si rinnovarono i riti propiziatori e scaramantici che avevano già portato bene con il Messico. 

E’ in me ancora vivo il ricordo di quella notte tra il mercoledì 17 e il giovedì 18 giugno 1970, quando un vortice di passione e di entusiasmo travolse tanti italiani di ogni rango e condizione sociale. 

Avevo solo sedici anni, ed in quella notte vidi il più bel film della mia vita: non una finzione, ma immagini di calcio, la semifinale mondiale dell’allora coppa Rimet tra Italia e Germania Ovest che, per intensità, emozioni e colpi di sce57 

na, è ancora ricordata come “la madre di tutte le partite”. 

“Ognuno di noi potrebbe raccontare dov’era in quel momento, che cosa stava facendo, in compagnia di chi si trovava. Perché lo sport è proprio questo: una catena di emozioni che segnano la vita e fissano tutti quegli istanti che non possiamo più dimenticare” (Giorgio Tosatti). 

Seguii quel film in bianco e nero, trasmesso via satellite dalla RAITV, a casa dei miei dirimpettai e amici da sempre di corso Umberto, i fratelli Rocco, Tonino e Claudio Frontuto. Non ci accomodammo in salotto, il televisore fu spostato al centro della stanza, al pian terreno della loro abitazione, e noi ci sedemmo sul gradino rialzato della porta d’entrata e su sedie che occupavano la cunetta e parte della “via nova”. 

Era una notte caldissima, un’estate precoce aveva già riscaldato l’aria, finestre e balconi di tutte le case vicine e lontane erano spalancati e lasciavano uscire la voce di Nando Martellini, che rimbombava da un’abitazione all’altra. Roberto Boninsegna, centravanti dell’Inter, e goleador del Potenza miracolo di cinque anni prima, dopo pochi minuti portò l’Italia in vantaggio. Quando eravamo convinti di aver conquistato la finale mondiale contro il Brasile del grande Pelè, arrivò, come una doccia gelata, il pareggio della Germania al quarantasettesimo del secondo tempo grazie al terzino Schnellinger, giocatore del Milan. In quell’istante imprecammo ed inveimmo in tutti modi contro tutti, facendo volare sedie e ciabatte. 

Da quel momento la partita, durante i tempi supplementari, abbandonò i binari del semplice spettacolo calcistico, per percorrere quelli della leggenda sportiva. 

All’inizio del primo tempo supplementare, su pastic58 

cio della nostra difesa, i tedeschi con Müller, il loro centravanti, trovarono la rete del 2 a 1. Nando Martellini, nella sua telecronaca, con voce sofferente cominciò a dire che la partita stava scivolando di mano agli azzurri. Ma il terzino Burgnich segnò e ci portò in parità, e poco dopo Gigi Riva, detto “rombo di tuono”, riportò l’Italia in vantaggio, con un uno-due incredibile che chiuse i primi quindici minuti dei supplementari. Nel secondo tempo, i giocatori in campo sembravano non avere più forze, stoica fu la presenza del capitano tedesco Beckenbauer che continuò a giocare con il braccio fasciato e legato al collo. Entrambe le squadre sembravano decise ad ottenere la vittoria, solo l’orgoglio ed il carattere continuavano a tenere in piedi i calciatori, ormai allo stremo delle forze. L’Italia cercò di difendere il vantaggio, ma non era ancora finita, perché Müller segnò nuovamente, questa volta di testa, ristabilendo la parità sul 3 a 3. Dopo un minuto, però, Boninsegna conquistò e portò in avanti eroicamente e con tenacia la palla che divenne un passaggio smarcante in area avversaria per Rivera il quale, con un preciso tiro di piatto destro, spiazzò il portiere tedesco Maier e siglò il definitivo 4 a 3, che mandò i tifosi, increduli e felici come non mai, ad esultare per le strade d’Italia. 

Dopo quel goal, non vedemmo e non capimmo più niente, avevamo solo voglia di piangere: in pochi minuti eravamo passati dalla prostrazione più nera alla più grande felicità mentre, grondanti di sudore, udivamo urla e strepiti di gioia provenire anche dalle altre case. Al fischio finale dell’arbitro, il giapponese Yamasaki, che venne dato verso le due e trenta di giovedì 18 giugno, per le vie del paese si scatenò un autentico tripudio. In un attimo, frotte di per59 

sone di tutte le età, tra cui donne e molti bambini, preda di una gioia incontenibile, chi dal Castello, chi dal Casale, chi dalla Croce, chi dai Cappuccini, confluirono in piazza e nel largo della Fontana, per dar vita a caroselli festosi destinati a protrarsi per lungo tempo. 

Anch’io, insieme ai fratelli Frontuto e ad altri amici di quella magica notte, mi precipitai in piazza, percorrendo corso Umberto di corsa, quasi a voler scaricare tutta l’agitazione e la carica emotiva accumulate in oltre due ore di passione e di sofferenza. 

Mai, come in quella notte, i tolvesi, accaldati e sudati come non mai, bevvero tanta acqua dai “fontanini” e dalle cannelle della Fontana. Con il trascorrere del tempo, tutte le strade continuarono a riempirsi di gente, come nelle serate d’agosto. Tanta era la tensione accumulata, ed ognuno cercava di scaricarla a modo suo: non mancarono scene di isterismo individuale e collettivo. 

Quelle persone che popolavano le strade non fecero caso al loro abbigliamento, tipico di una calda notte d’estate. Moltissimi erano i giovani a torso nudo; altre persone, anche di una certa età, indossavano quella che, per quei tempi, era una specie di tenuta di ordinanza: canottiera rigorosamente bianca sui pantaloni e ciabatte ai piedi. 

Si tirò avanti così quasi fino all’alba ed il grande frastuono e chiasso provocato non destarono risentimenti particolari, neanche da parte delle persone anziane, disturbate nel sonno. 

Mi ritrovai, quando le strade erano ormai tornate quasi deserte, in un gruppo numeroso che comprendeva amici cari e buontemponi della notte, i quali ad un certo punto decisero di sostare, per continuare a discutere della 60 

partita e di altro, lungo il muraglione di Corso Umberto, tra l’ufficio postale ed il prospiciente bar Telesca, qualcuno mettendosi a cavalcioni dello stesso muraglione come era consuetudine. 

Quando ormai erano vicine le prime luci dell’alba, con gli agricoltori già in moto con i loro trattori per recarsi a mietere e più di qualche passeggero ad attendere in piazza l’autobus per Bari che partiva alle cinque, vedemmo dalla palazzina di fronte accendersi una luce ed udimmo il rumore di una porta che si apriva. 

Rischiarate da un lampione poco distante si materializzarono d’un tratto, sul balcone del primo piano sovrastante il bar, la massiccia corporatura e l’inconfondibile chioma argentata del capomastro muratore in pensione Angelo Maria Telesca, affacciatosi in maglietta intima bianca a mezze maniche sulle lunghe brache da notte il quale, infastidito dal nostro vociare che gli impediva di prendere sonno, dapprima con voce pacata e poi man mano alzandone il tono, in un crescendo che definirei rossiniano, ci apostrofò con queste parole: “ E’ vero che stasera abbiamo vinto una grande partita….. E’ vero che ci siamo tolti un’enorme soddisfazione …… E’ vero che come è andata meglio non poteva andare ……… E’ vero che siamo tutti contenti…….. Ma (e a questo punto la voce si era alterata sino a diventare un urlo prolungato) è anche vero che sono le cinque del mattino ed ho diritto di dormire almeno qualche ora. Andatevene a ……. quel paese…..” 

Persona molto conosciuta e stimata in paese, Angelo Maria Telesca ricopriva in quel tempo l’incarico, affidatogli direttamente dal sindaco Delfino, di assistente contrario della ditta edile che stava eseguendo i lavori relativi alla co61 

struzione della piazza di corso Umberto, incarico che svolse con puntigliosità, competenza e grande senso civico. 

Inoltre, con autorità patriarcale, sovraintendeva all’attività del famoso bar di famiglia, gestito con grande carica umana e simpatia dal figlio Rocchino. 

L’improvvisato sermone ebbe l’effetto di provocare la ritirata, in ordine sparso, della rumorosa comitiva, epilogo forse inglorioso di una notte irripetibile e che sarebbe rimasta scolpita per sempre nella memoria di coloro che ebbero la fortuna di viverla. 

Quando mi misi a letto, che già il primo chiarore dell’alba rischiarava la mia stanza, ero felice, di quell’ebbrezza che solo i sedici anni sanno donare, e mi addormentai esausto pensando all’indomani ed alle nuove divertenti avventure ed emozioni che mi avrebbe continuato ancora a regalare quell’estate da sogno, a cominciare proprio dalla finalissima mondiale di domenica 21 giugno contro il Brasile. 

Mimì Armiento e i fratelli Rocco, Tonino e Claudio Frontuto dopo 50 anni si sono ritrovati nel luogo dove vissero le emozioni di Italia-Germania 4-3.