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Le epidemie nella storia dell’arte

La teoria dei corsi e ricorsi storici ci insegna che non c’è nulla di nuovo sotto al cielo.

Le epidemie si sono ripetute nel corso dei secoli provocando morti e comportamenti molto simili a quelli attuali. Un pittore “cronista” del 600′, Micco Spadaro, ci offre testimonianza della Peste che nel 1656 flagellò il Regno di Napoli, ritraendo Largo Mercatello (attuale Piazza Dante a Napoli) utilizzata come fossa comune.

Nel febbraio del ’56 la terribile peste, scoppiata prima in Spagna e poi in Sardegna, arriva in città probabilmente attraverso una nave infetta partita dall’isola sarda. All’inizio, sebbene le autorità fossero a conoscenza della presenza del morbo in città, non fecero niente per fermarlo.

La peste dilagò a macchia d’olio e assunse proporzioni spaventose; nella prima metà d’Agosto, l’epidemia giunse all’acme, registrando 4000 vittime al giorno, le zone più colpite furono quelle popolari.

Non mancarono gli episodi della “caccia agli untori” che nel superstizioso credo popolare, erano i responsabili di quanto accadeva: essi ungevano le porte delle abitazioni per propagare il male.

“Largo Mercatello a Napoli durante la peste del 1656”
Domenico Gargiulo, detto Micco Sapadaro
Collezione del Museo di San Martino – Napoli

Il flagello durò sei mesi e contò più di duecentomila vittime. In città le botteghe rimasero chiuse per mesi, le campagne furono abbandonate e il porto restò isolato fin quando non accadde quello che dal popolo fu ritenuto un vero e proprio miracolo, ovvero lo scatenarsi di un tremendo temporale fuori stagione, che purificò l’aria e i vicoli del centro antico.

Come in altre occasioni, il merito fu attribuito a San Gennaro le cui reliquie, il giorno prima del temporale, erano state portate in processione.

di Alessandra D’Eugenio